Ugo Pozzati
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A mio Padre



Franco è "andato avanti" in una fresca notte di Aprile, lasciando una madre troppo anziana per piangere un figlio, una moglie ancora innamorata dopo 41 anni e una sorella disperata che lo ha accudito per lunghe notti, due figli che a volte non capivano, ma che gli sono rimasti accanto sino all'ultimo istante e piccoli nipoti che non potranno più giocare sulle sue gambe.
Ha vissuto tutta la sua vita con semplicità, ma con un ideale e uno spirito particolare, quello spirito che accompagna da sempre gli Alpini, in pace o in guerra, nella gioia e nella necessità, con uno guardo e una mano sempre rivolti a chi poteva avere bisogno della sua presenza, anche se a volte ingombrante, e dare senza voler apparire.
Spesso fatico a credere a certe cose, ma se esiste un luogo riservato a quelli come lui, ricordati nei libri di storia o solo perchè hanno condiviso quell'ideale, allora lui è lì, assieme al Generale Cantore, a Cesare Battisti e a Paolo Caccia Dominioni, ma anche a Peppino Prisco e Giulio Bedeschi, reduci di guerra e che di mio padre furono amici. A tutti i "veci" meno illustri ma oltremodo importanti che sono andati avanti prima di lui, con un ricordo particolare all'amico Bruno, anch'esso ritornato dall'inferno della Russia.
Lo ricorderanno con un sorriso tutti coloro che hanno militato nell'associazione nazionale Alpini di Milano, per i lunghi anni dedicati al servizio d'ordine nelle adunate nazionali e per la costante presenza alle manifestazioni.


Da spirito libero quale era ha chiesto di essere cremato e le sue ceneri sparse sui monti, perchè diceva che non era sua intenzione restare sotto terra per l'eternità.
Questa mattina mentre le spoglie mortali lasciavano la chiesa, salutate dai suoi Alpini, mi sono tornate alla mente scene di antichi e nobili guerrieri posti su alte pire e onorati da amici e nemici, prendetemi pure per pazzo ma per me oggi è accaduto questo. Lo ricorderò anche perchè fino all'ultimo ha lottato, la sua mente non accettava quella situazione, non accettava che il corpo non rispondesse ai suoi ordini. Se ne andato serenamente, in una fresca notte di Aprile, con la consapevolezza che chi lo amava era lì con lui.

Queste poche righe, sparse nell'universo telematico, sono solo un piccolo omaggio alla figura di Franco Pozzati e chi le leggerà quasi certamente non avrà mai avuto la fortuna di conoscerlo.
Se però qualcuno si soffermerà e avrà un pensiero per lui, vorrà dire che lo scopo è stato raggiunto, forse dal Paradiso di Cantore guarderà giù e ci sorriderà, come faceva nei suoi momenti migliori.........ciao Papà.

Franco Pozzati
17/07/1940 - 05/04/2007
r.i.p.




05/05/2007
E' passato un mese e gli Alpini lo hanno voluto ricordare.
Questa mattina erano in molti in chiesa, volti conosciuti, alcuni amici di sempre, qualcuno che non vedevo da molto molto tempo.
Negli occhi di molti ancora l'incredulità dell'evento inevitabile, nelle loro parole la consapevolezza che
la mancanza sia un macigno pesantissimo, difficile fardello fa portare.
Durante la preghiera alcuni hanno preso la parola, ricordi limpidi del tempo passato, parole spontanee, parole sincere veramente sincere, lo capisci quando la voce soffoca una lacrima.
In quella selva di penne nere anche alcuni fortunati ritornati dall'inferno bianco, uomini che ci hanno onorato con
la loro presenza, anch'essi con gli occhi lucidi per il ricordo all'amico che è andato avanti.
Qualcuno si è avvicinato e mi ha detto "mai strac" , ho sentito una grande serenità, la certezza che sarà
ricordato per la generosità e l'altruismo e per l'enorme capacità di donare amicizia.
Grazie a tutti




01/07/2007
Il desiderio è stato esaudito, la promessa mantenuta.
Ora è libero di andare per le montagne che tanto ha amato.
Lo accompagneranno fischiettanti marmotte, l'incessante scorrere del torrente che nasce dal ghiacciaio
e il vento leggero che trasporta con sè il profumo dei fiori.
Il "sentirlo intorno" mi ha dato una certezza, quando camminerò ancora nei boschi o andrò per sentieri
sarà ancora li vicino , magari sotto forma di fiore che cresce tra i sassi o di rapace che volteggia leggero.
Ora credo sia veramente libero, l'ho visto confondersi nel vento.

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Vorrei chiudere con un estratto da un libro magnifico , una pagina che forse più di ogni altra esprime
il significato dell'essere Alpino. Se avete qualche minuto leggetela, credo ne valga la pena.

Erano soldati al pari di ogni altro, gli alpini della Julia; solamente,come tutti gli alpini,
portavano uno strano cappello di feltro a larga tesa, all'indietro sollevata e in avanti ricadente,
ornato di una penna nera appiccicata a punta in su sul lato sinistro del cocuzzolo.
Nelle intenzioni allusive di chi la prescrisse, la penna doveva essere d'aquila; ma in effetti gli alpini,
ignari d'ogni complicazione e spregiatori d'ogni retorica, collocavano sopra l'ala penne di corvo,
di gallina, di tacchino e di qualunque altro pennuto in cui il buon Dio facesse imbattere lungo le
vie della guerra, nere o d'altro colore purché fossero penne lunghe e diritte e stessero a indicare
da lontano che s'avanzava un alpino.
In pratica, la penna sul cappello resisteva rigida e lustra per poco tempo, ben presto si riduceva a
un mozzicone malconcio; e qui cominciavano tutti i guai degli alpini che facevano la guerra: perché,
a osservarli da vicino, si capiva subito che in pace e in guerra gli alpini potevano distaccarsi da tutto
meno che dal loro cappello per sbilenco e stravolto che fosse: anzi! un tutt'uno con l'uomo, il cappello;
tanto che finite le guerre e deposto il grigioverde, il cappello resta al posto d'onore nelle baite alpestri
come nelle case di città, distaccato dal chiodo o levato dal cassetto con mano gelosa nelle circostanze speciali,
ad esempio per ritrovarsi tra alpini o per imporlo con ben mascherata commozione sul capo del figlioletto o
addirittura dell'ultimo nipote, per vedere quanto gli manca da crescere e se sarà un bell'alpino; bello poi,
a questo punto, significa somigliante al padre o al nonno, che è il padrone del cappello.

C'è una ragione, naturalmente, per tutto ciò; ce ne sono molte.
La prima è che dal momento in cui il magazziniere lo sbatte in testa al bocia giunto dalla sua valle alla caserma,
il cappello fa la vita dell'alpino; sembra una cosa da niente, a dirlo, ma mettetevi in coda a un mulo e andate
in giro a fare la guerra, e poi saprete. Vi succede allora di vedere che col sole, sia anche quello del centro d'Africa,
l'alpino non conosce caschi di sughero o altri arnesi del genere, ma tiene in testa il suo bravo cappello di feltro
bollente, rivoltandolo tutt'al piú all'indietro affinché l'ala ripari la nuca, e l'ampia tesa dinanzi agli occhi
non dia l'impressione di soffocare; e con la pioggia serve da ombrello e da grondaia; con la neve, dà tetto unico
e solo per l'alpino che va su i monti.
Posto in bilico fra naso e fronte quando l'alpino è sdraiato a dormire al sole e all'aria ed ha per letto le pietre
o il fango, con la piccola striscia d'ombra che fa schermo sugli occhi è quanto resta dei ricordi di casa,
è il cubicolo minimo che protegge soltanto le pupille, ma col raccolto tepore fa chiudere le palpebre sul
sogno del morbido letto lontano, della stanza riparata e delle imposte serrate a far piú fondo il sonno.
E se l'alpino ha sete, una sapiente manata sul cocuzzolo ne fa una coppa, buona per attingere acqua quando c'è
ressa attorno al pozzo o si balza un istante fuori dei ranghi, durante le marce, verso il vicino ruscello;
eccellente perfino a raccogliere, dicano quel che vogliono il capitano e il medico, la pasta asciutta e addirittura
la minestra in brodo - non si scandalizzi nessuno, succede, succede! - nei casi in cui l'ultima latta finisce
i suoi servigi sotto una raffica di mitraglia.
Tanto amico e compagno, il cappello, che gli si farebbe un torto a sostituirlo con l'elmetto, in trincea;
nessuno dice che il feltro ripari dalle pallottole piú che l'acciaio, siamo d'accordo, ma è proprio bello averlo
in testa a quattro salti dai nemici, ci si sente piú alpini, e pare che il fischio rabbioso debba passare sempre due
dita piú in là, per non bucarlo; è cosí che dall'altra parte il nemico vede spuntare dalla trincea quel cappello
curioso e quella penna mal ridotta che, a vederla riaffiorare sempre da capo per quanto si spari e si tempesti,
sembra che venga a fare il solletico sotto il mento, e viene voglia di scaraventarle addosso l'inferno e farla finita
una buona volta, ma fa anche pensare: accidenti, non mollano proprio mai, questi maledetti alpini!

È tutto cosí, insomma; di cappelli e di uomini ne esistono centomila tipi a questo mondo, ma di alpini e
di cappelli come il loro ce n'è una specie sola, che nasce e resta unica intorno ai monti d'Italia.
Ci vuole pazienza, bisogna prenderli come sono, come il buon Dio li ha voluti, l'uno e l'altro; e se a volte
sembra che tutti e due si diano un po' troppe arie per via di quella penna, bisogna concludere che non è vero,
prova ne sia che spesso quel cappello lo si fa usare perfino da paniere per metterci dentro le sei uova o magari
le patate ancora sporche di terra, come se fosse la sporta della serva; bisogna pensare che tante volte sta a galla
su un mucchio di bende e non calza piú perché la testa del padrone, sotto, s'è mezza sfasciata per fare il suo dovere.
Bisogna anche sapere che quel cappello, a guardarlo, dice giovinezza per tutto il tempo della vita, e a calcarselo di
nuovo un po' di traverso fra i due orecchi col vecchio gesto spavaldo, gli anni calano che è un piacere; e alla fine,
quando non è proprio piú il caso di piantarlo sulla testa, vuol dire che l'alpino ormai è morto, poveretto;
e quasi sempre, mandriano o ministro che sia, se lo fa ancora mettere sopra la cassa e sta a dire che chi c'è dentro era,
in fondo, un buon uomo, allegro, in gamba, con un fegato sano e un cuore cosí; sta a dire che, morto il padrone,
vorrebbe andargli dietro ma invece resta in famiglia, per ricordo; e che ormai, se non riesce neppure lui a ridestare
l'alpino disteso, non esiste piú neppure un filo di speranza, fino alla fanfara del giudizio universale non lo risveglia
lo scuote piú nessuno: c'è un alpino di meno sulla terra.

A non voler contare il figlio che, polpacciuto e tracagnotto, brontolone e testardo com'è, vien su tal quale il suo
padre buonanima; e già al passo si vede che sta crescendo giorno per giorno « penna nera » senza fallo.
Come ai loro tempi erano suo padre e suo nonno, e tutti i maschi di casa, in fin dei conti; tutti alpini spaccati,
figli della montagna dura e selvosa che dà la vita e la toglie a suo piacimento, o la regala al piano per germinarne altra;
inesauribile, essa che è pietra e vento, impasta quindi i suoi uomini di durezza e di sogno.
Nascono e crescono cosí dal suo grembo, come gli abeti, le «penne nere »; che per la loro terra e l'intero mondo
sono poi gli alpini; gli alpini d'Italia.

da "Centomila Gavette di Ghiaccio" Giulio Bedeschi


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